Always anti-selfie(mania).

Un motivo in più per rendere Kirsten Dunst ancora più simpatica ai miei occhi è questo corto, realizzato da Vs.Magazine.

Si intitola Aspirational, e denuncia ironicamente quanto ormai sia dilagato il morbo dei “selfie” (da Wikipedia: Il termine selfie, derivato dalla lingua inglese, è una forma di autoritratto fotografico realizzata principalmente attraverso uno smartphone, un tablet o una fotocamera digitale, puntando verso sé stessi o verso uno specchio l’apparecchio e scattando, similmente a quanto avviene con la tecnica dell’autoscatto che utilizza un dispositivo che permette lo scatto ritardato di una fotografia.I selfie vengono realizzati comunemente per poter essere condivisi su social network).

Il problema secondo me non è il possedere un telefono moderno con tutti gli optional. Il problema non sono neanche i “selfie” o come da sempre li abbiamo chiamati “gli autoscatti”: da quando esiste la macchina fotografica, esistono anche loro. Il vero problema sta nell’eccesso.

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Stanley Kubrick
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Ringo Starr

Io sono la prima a dire che fare foto è un modo semplice, immediato nonché potenzialmente artistico/poetico per avere memoria delle nostre esperienze. Ma da qui a trasformare ogni singola situazione in occasione per scattare “selfie” e condividerli sui social network, dovrebbe passarcene. Estremizzando -ma anche no- gli ideatori del corto hanno comunicato quanto un momento memorabile rischi di essere paradossalmente rovinato dalla necessità compulsiva di scattare una foto, da questo eccesso di “far sapere agli altri” quello che combiniamo. Quando la Dunst chiede alle ragazze: “Volete farmi qualche domanda, chiedermi qualcosa..?”, e loro tra le mille opzioni che hanno scelgono il terrificante:”Mi tagghi?”, il brivido viene.

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Tutti gli occhi di Hitchcock.

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Meno male che Kogonada continua a fare video.

Dopo la simmetria di Wes Anderson e la prospettiva di Stanley Kubrick, “Gli occhi di Hitchcock” cade a fagiolo. Lo “sguardo” dei protagonisti, spesso terrificato o allucinato, che lascia senza fiato e fa temere il peggio…

Dicevo che questo video cade a fagiolo perché ci tenevo tanto a sponsorizzare la mostra fotografica “Alfred Hitchcock nei film della Universal” (http://www.comune.parma.it/notizie/news/CULTURA/2014-07-16/Alfred-Hitchcock-nei-film-della-Universal-Pictures-1.aspx), che si terrà al Palazzo del Governatore di Parma fino al 9 novembre -è partita a luglio-. L’esposizione è stata pensata per celebrare i 50 anni di “Marnie”, e comprende ben 70 fotografie e vari contenuti speciali. E in più, ci sarà una sala intera dedicata a un aspetto primario dei film di Hitch: la musica. Io con la testa sono già lì, ma se potrò esserci anche fisicamente non mancherò di aggiornare il blog.

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Marnie (1964)

Se c’è una cosa per cui ringrazierò sempre mia mamma, una delle tante, è quella di avermi fatto amare Alfred Hitchcock sin da quando ero bambina. Normalmente è un regista che si scopre col tempo, io invece ci sono cresciuta quando gli altri venivano su beatamente con Sailor Moon. Non nego che mi sarei risparmiata qualche paranoia in meno ma…sì, non ho rimpianti.

Bella Hitch!

Riflessione sui bravi attori.

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Dead Man Walking (1995)

Il regista ed esperto di cinema Marcus Geduld ha scritto l’articolo “Da cosa si riconosce un bravo attore?”. Mi è piaciuto. Le riflessioni che contiene possono essere opinabili, ma sono molto lucide e suffragate da esempi concreti. In questo articolo cercherò di seguire un po’ la stessa linea di pensiero e di stesura.

Non esistono criteri oggettivi per stabilire se un attore è bravo o meno, dice Geduld. È sempre e solo questione di gusti personali, tutto dipende dalla nostra sensibilità e (aggiungo io) anche dal nostro “background” cinematografico, ovvero dai film che abbiamo visto nel corso di tutta la nostra esistenza, quei film che ci hanno “formati”.

Partendo dunque da questo presupposto, Geduld elenca cinque punti base per definire un bravo attore:

1) Deve provare quello che prova il personaggio.

2) Deve saper sorprendere.

3) Deve essere vulnerabile.

4) Deve saper ascoltare.

5) Deve sapersi “suonare” come se fosse uno strumento.

In merito al primo punto, è indubbio che se un attore non crede in quello che fa non potrà convincere nessuno, nemmeno sé stesso. Geduld cita come esempio negativo Keanu Reeves, che a suo avviso non riesce ad essere mai “dentro” un personaggio. Geduld sostiene che è spesso facile confondere l’attore col film in cui recita, ergo Keanu Reeves è un bravo attore perché ha recitato in “Matrix” o nel “Dracula” di Coppola. A me invece viene in mente Monica Bellucci. Al contrario di Geduld,mi chiedo: un film può essere considerato un capolavoro se i protagonisti non danno prova di grandi qualità attoriali? Per il regista la risposta è sicura, per me la domanda resta aperta.

Anche la sorpresa, come l’emotività, è un elemento che l’attore più dotato deve saper tirar fuori. Esempio perfetto: Robin Williams. Lui sapeva sorprendere in tutti i suoi ruoli, e soprattutto nel capolavoro di Gilliam “La leggenda del Re Pescatore”. Mi stupisce che Geduld nel suo articolo non lo citi neanche una volta. Son citati invece Glenn Close, Jack Nicholson, Al Pacino, Gary Oldman come esempi di attori che sanno sorprendere perché da un momento all’altro potrebbero agire in un modo (spaventoso) che non puoi prevedere. A questa lista aggiungerei anche Gloria Swanson ( in “Viale del tramonto), Javier Bardem (in “Non è un paese per vecchi”), Robert De Niro (in “Cape Fear”), Christian Bale (in “American Psycho”), Daniel Day Lewis (in “Gangs of New York” e “Il petroliere”).

Un bravo attore deve saper essere vulnerabile. Io sono rimasta molto colpita -recentemente- dall’interpretazione di Shelley Winters in “La morte corre sul fiume” di Charles Laughton. Una donna che dimentica i propri figli, che arriva a umiliarsi fisicamente e psicologicamente, che cede al fanatismo religioso e rinuncia alla sua personalità solo per sentirsi degna dell’uomo (gravemente disturbato) che l’ha sposata. E cito ancora ancora una volta Robin Williams, attore che ha saputo mostrare senza vergogna la sua vulnerabilità. Penso in particolare a un suo film non molto conosciuto ma che andrebbe rivalutato: “The final cut”, uscito nel 2004. C’è una scena in cui il protagonista (Williams) viene picchiato dalla ragazza che ama (Mira Sorvino) e lui piange dal dolore per averla ferita a tal punto. È rarissimo vedere in un film una donna che picchia un uomo, soprattutto un uomo con l’aria bonaria di Robin Williams. Ecco, quella scena e soprattutto le lacrime di lui mi hanno fatto capire quanto ad alcuni attori venga spontaneo comunicare una profonda vulnerabilità.

Un aspetto sul quale forse non avevo mai davvero riflettuto era la capacità di saper ascoltare. In realtà, mi piace osservare le facce dell’attore che in un determinato momento non è al centro dell’attenzione, per capire se effettivamente è “dentro” la scena. E non tutti comunicano un senso di coinvolgimento, nemmeno nei dialoghi di coppia, ma altri sono invece ascoltatori nati. Un esempio che mi viene in mente è Susan Sarandon. In vari film ho apprezzato la sua aria materna e rassicurante, che ispira comprensione. In questa intensa scena di “Dead man walking” Susan comunica molto anche quando non dice assolutamente nulla.

L’ultimo punto mi ha fatto un po’ sorridere. In effetti, il corpo di un attore è IL suo strumento, come lo è il violino per un violinista o la voce per un cantante. Se un attore non sa comunicare anche attraverso il proprio corpo rimane un artista “a metà”. Di norma, i grandi attori sanno anche usare bene il loro corpo. E anche io come Geduld non mi riferisco soltanto alle scene di sesso, o a chi si denuda perché il copione lo richiede, o a chi perde o acquista peso. Mi riferisco anche, soprattutto, all’attore che sa comunicare attraverso semplici gesti o espressioni facciali. In pratica, parlo della comunicazione non verbale. Questo discorso si riallaccia ovviamente con ciò che scrivevo prima, sulle reazioni che un bravo attore sa far trasparire anche quando non parla. Geduld cita come grande comunicatore su tutti i livelli James Gandolfini. A me invece viene in mente l’attrice Octavia Spencer, premio Oscar 2012 per “The Help”. Anche lei -come Gandolfini- non è bella e non è armoniosa. Eppure quando recita sa trasmettere una carica emotiva e fisica notevole. Basta guardarla in questa clip da “The Help”.

Un altro attore che sa sicuramente “suonare” alla grande il proprio corpo è Jim Carrey, e questa scena da “Yes man” lo dimostra.

A conclusione del suo interessante articolo, Marcus Geduld fa una breve riflessione su alcuni attori (lui cita Tom Cruise), che spesso vengono disprezzati per la loro vita privata perché non abbastanza bravi in senso artistico da farla dimenticare.

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Mephisto (1984)

Non so se sia un bene dimenticare quanto un attore possa essere umanamente squallido a favore della sua grande bravura artistica, ma questo fa capire quanto sia potente il mezzo della recitazione se lo si sa usare. Basti pensare al teatrante Hendrik Hoefgen interpretato da Klaus Maria Brandauer in “Mephisto”. Un essere spregevole e ignobile, senza alcun valore o ideale all’infuori del proprio bene. Ma, innegabilmente, un eccellente interprete.

La mia passione più grande.

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Notorius (1946)

Il cinema.

Se potessi vivere solo pensandoci e parlandone sarei forse la persona più felice al mondo. Però, ammetto che anche il fatto di considerare il cinema come “valvola di sfogo”, come una sorta di fuga dalla quotidianità e dalla realtà, mi permette di goderne di più.

Ovviamente, non sono solo un’appassionata di cinema perché, in effetti, chi ama il cinema non può essere insensibile di fronte alla pittura, alla fotografia, alla letteratura. Sono tutte arti che partecipano al linguaggio cinematografico.

In più, io amo molto anche la scrittura. È per questo amore che ho -finalmente!- deciso di aprire il blog. Unire scrittura e cinema mi sembra il miglior modo per esprimere due grandi passioni, nella più totale libertà.

Ho scelto di chiamare questo spazio “Cinematic” perché è un blog correlato al cinema che tratterà di cinema, però nel senso più vasto possibile. Insomma, non pubblicherò solo recensioni di film ma andrò oltre, in quella che spero sarà un’analisi un po’ più profonda della cosiddetta “settima arte”. E non escludo che potranno esserci mie riflessioni su temi apparentemente lontani (ma solo apparentemente!) dal mondo del cinema.

Il sottotitolo del blog, “food and movies”, che forse non sono la prima usare, l’ho scelto perché rappresenta un po’ l’essenza della vita di una persona che ha una passione vera. “Cibo e…”, mi basta solo questo per vivere.

Più o meno penso di aver detto tutto.

Aggiungo giusto una breve presentazione personale: mi chiamo Alice, ho 26 anni, mi sto specializzando in Lingue e Letterature Moderne Europee e Americane, ho un passato da giornalista in piccole esperienze editoriali di provincia e dal 2010 sono pubblicista nell’ordine dei giornalisti.

Adesso ho veramente detto tutto.

Buona lettura e…bring the cinema with you!