I classici Disney: la fine di un ciclo?

Qualche mese fa ho consapevolmente scelto di vedere “Frozen”, il penultimo classico Disney. Quindi ero anche conscia delle eventuali conseguenze che mi attendevano. Uscito lo scorso Natale, è un film animato al computer e ripropone la nota fiaba della Regina delle Frozen-Movie-Elsa-HD-Wallpaper1Nevi. Conoscendo bene la storia da cui è tratto, sono rimasta un po’ delusa dalla totale libertà con cui gli sceneggiatori hanno rivisto ogni elemento della trama originale, del tutto stravolta. Ma in effetti questo è stato il male minore. Dopo “Ralph Spaccatutto”, onestamente, non avevo grandi aspettative anche se la segreta speranza era che questo ultimo lavoro di casa Disney si ponesse sulla stessa lunghezza d’onda del molto più riuscito “Rapunzel” (2010). Invece niente, delusione su tutti i fronti: storia banalissima, musiche al limite del nauseante, personaggi senza un minimo di spessore. Mi piacerebbe poter parlare di “ritorno al passato”, ma sarebbe ingiusto considerando le glorie che la Disney ha colleRalph_spaccatuttozionato in questi 80 anni di esistenza. No, forse si può parlare soltanto di “involuzione”. Mi chiedo cosa sia cambiato esattamente nella concezione dei nuovi classici, soprattutto negli ultimissimi anni. Forse il target a cui la produzione si rivolge, adesso decisamente inferiore: parliamo di bambini, non certo (non più) adolescenti. “Ralph Spaccatutto” aveva il pregio indiscutibile di una trama originale: i videogiochi anni ’80 che si scontrano con quelli anni 2000. Una specie di “Toy Story” tra videogame. Purtroppo, nella sostanza dei fatti, il cartone è risultato infantile: dialoghi, tecniche, personaggi troppo puerili. E soprattutto, una (LA) vera mancanza grave secondo me: l’ironia. Ma dov’è finita quella fantastica ironia Disney che mi ha fatto piegare dalle risate sempre, vincendo il tempo e la nostra umana tendenza a diventare più razionali e seri con l’età? Insomma, gli ultimi classici Disney non fanno ridere. Ma neanche una volta, neanche per sbaglio.

Rapunzel
Rapunzel

Qualche ventata di ironia l’avevo respirata con “La principessa e il ranocchio” e “Rapunzel”, tant’è che mi era sembrato di assistere a una vera e propria “rinascita” dei capolavori a cui eravamo abituati. Invece era stato solo un miraggio. “Frozen”, realizzato da Chris Buck e Jennifer Lee sul soggetto originale di Hans Christian Andersen e sceneggiatura sempre di Buck e Lee assieme a Shane Morris, ripropone le tecniche che avevamo già visto in “Rapunzel”: le protagoniste femminili, Elsa e Anna, sono praticamente identiche -nella grafica digitale- a Rapunzel e lo stesso dicasi per i personaggi maschili. Il cartone in sé è ottimamente realizzato a livello di computer grafica e scenografie “nordiche”: paesaggi innevati, boschi di montagna, il palazzo di ghiaccio che rappresenta un po’ il freddo cuore di una delle protagoniste.

Parte dello storyboard di "Frozen"
Parte dello storyboard di “Frozen”

A differenza degli altri classici, in una cosa “Frozen” è diverso: è un musical. Una scelta abbastanza azzardata, considerando che questo genere può non incontrare il favore di tutti. Personalmente, ho ritenuto questa impostazione davvero pesante. Oltre alla debolissima trama, un vero attentato all’intelligenza media delle persone, anche la beffa di una canzone insulsa a intervalli regolari, per un totale di dieci esecuzioni. Ho faticato a finire di vederlo, mi sentivo come Mercoledì Addams che guarda i film Disney al campo Chippewa sotto punizione dei capi scout. E’ stata davvero dura, e tra l’altro specifico che io apprezzo i musical. Quindi, tutta la buona volontà c’era.

Se dovessi salvare per forza qualcosa di questo 53° classico Disney, oltre la grafica, probabilmente salverei (e mi stupisco anche io di questa affermazione) le scene iniziali della festa al castello, quando le sorelle “debuttano” in società, perché conservano qualche elemento di simpatia e rievocano alla lontana i siparietti comici in stile Disney, e infine la scena in cui la Regina delle Nevi canta “Let it go”, la melodia principale del film nell’esecuzione tutto sommato riuscita di Idina Menzel, che ha per l’appunto un background da cantante di musical. Nient’altro. In questo senso, posso capire l’Oscar alla Miglior Canzone Originale, poteva anche starci, ma mi chiedo il perché dell’Oscar al Miglior Film d’Animazione.

È stato un premio immeritato, soprattutto se pensiamo ai candidati in lizza per questo riconoscimento: “Cattivissimo me 2” di Pierre Coffin e Chris Renaud, sempre al massimo del divertimento, I “Croods”, pazza famiglia preistorica ideata da quel genio di illustratore che è Chris Sanders, “Ernest e Celestine”, sceneggiato dal grande Daniel Pennac e “Si alza il vento”, surreale racconto di Hayao Miyazaki. Non è quindi razionalmente spiegabile la scelta di indirizzare il premio a “Frozen”, se non in quanto accordo finanziario tra produzione e Academy.

ParaNorman
ParaNorman (2012)

Ma di solito è facile prevedere le vittorie agli Oscar nell’ambito della Miglior Animazione: quando non c’è la Pixar vince la Disney, e viceversa. Se son candidate entrambe, vince la Pixar. Più o meno, in termini di previsioni, funziona così. È forse dal 2010 (anno di “Up”, per intenderci) che non vince un film animato davvero meritevole. Prima ancora, soltanto “Wall-E”, “Gli Incredibili” e “La città incantata” avevano degnamente ottenuto la vittoria. Resta comunque e sempre un piccolo scandalo che veri e propri capolavori come “Appuntamento a Belleville”,”La sposa cadavere”, “Coraline e la porta magica”, “Persepolis”, “Frankenweenie” e “Paranorman” siano stati messi da parte in favore di produzioni palesemente inferiori in termini di qualità artistica.

Come 54° classico, la Disney ha stretto un sodalizio con Marvel per i diritti di “Big Hero 6”, che racconterà di un gruppo di supereroi in Giappone. Da quello che si può trovare in giro, pare che la produzione si sia discostata quasi del tutto dalla storia originale (ma dai!), e il fatto che tra i realizzatori non compaia neanche il nome di un membro dello studio Marvel dice tutto. Sarà un nuovo buco nell’acqua? Staremo a vedere.

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