Tutto quello che c’è da sapere su “Boyhood”, il film che ha quasi vinto l’Oscar.

“Boyhood” è stata una grande scommessa, di Richard Linklater e di tutto il suo cast. Si configura come un progetto cinmatografico del tutto innovativo, perché mai prima d’ora a nessuno era venuta un’idea simile.

Cosa c’è di speciale in “Boyhood”.

Richard Linklater ha scelto di girare il film in 39 giorni, e fin qui tutto normale. Se non fosse che i 39 giorni sono distribuiti in un’arco temporale che va dal 2002 al 2013, 11 anni esatti. Praticamente, le regole di lavorazione tipiche dei film sono state riscritte. Ogni anno, il regista ha riunito la troupe per alcune settimane, perché era sempre stato “un suo grande desiderio quello di filmare la vita di un ragazzo e la sua relazione con i genitori in un periodo di tempo che comprendesse la sua infanzia e adolescenza”. Linklater non ha fornito al cast nessuna sceneggiatura completa ma soltanto un elenco dei punti cardine della trama, e alla fine di ogni anno di ripresa, dopo aver guardato le ultime scene girate, scriveva una nuova parte dello script anche considerando i cambiamenti umani dei vari interpreti. Gli attori principali hanno partecipato alla stesura della sceneggiatura inserendo contributi molto personali e basati sulle loro esperienze di vita, fattore indubbiamente nuovo nel processo creativo di un film. Ad esempio, il personaggio interpretato da Hawke è costruito sia sul proprio padre che su quello di Linklater e il personaggio di Olivia/Patricia Arquette è basato molto sulla madre dell’attrice. Nonostante questo importante lavoro di collaborazione, Linklater ha tenuto a specificare che nessun attore ha mai modificato l’impianto base del film né ha cambiato le sue direttive o influenzato (neanche indirettamente) le sue idee sull’andamento della storia. In sintesi, il regista aveva già deciso da subito quale sarebbe stato lo sviluppo e il destino di ogni personaggio.

L’intero film è costato un totale di 2,4 milioni di dollari. Con un certo coraggio il regista è riuscito a intraprendere questo progetto perché, legalmente, non aveva alcuna garanzia o tutela “contrattuale” che vincolasse gli attori: negli USA è infatti impossibile ingaggiare qualcuno in un film per più di sette anni. Linklater prese accordi con Ethan Hawke, che nel film interpreta il padre del giovane Mason, perché fosse lui a continuare le riprese in caso di sua morte prematura.

Uno dei possibili nomi che vennero pensati per “Boyhood” fu “12 anni”, però il regista si pose qualche dubbio con l’uscita del film “12 anni schiavo”. Affinché nessuno potesse confondere i due film, il titolo venne accantonato.

“Boyhood”, pur essendo stato di fatto snobbato agli Oscar, ha comunque ottenuto diversi premi: oltre all’Oscar per Patricia Arquette si è aggiudicato solo nel 2015 3 Golden Globes, 3 BAFTA, 1 SAG Award, 2 Satellite Awards e 2 Indipendent Spirit Awards. Nel 2014 inoltre Linklater ha vinto il suo secondo Orso D’Argento a Berlino come Miglior Regista.

Boyhood-Gallery-2

Chi sono gli attori coinvolti nel progetto.

Per interpretare il piccolo Mason Evans Jr., Linklater scelse Ellar Coltrane all’età di sette anni. Coltrane ha anche avuto un ruolo in un altro film del regista, “Fast food nation”, nel 2005. Nel ruolo dei genitori, vennero scelti Ethan Hawke (che si può considerare l’attore “feticcio” di Linklater, dato che l’ha voluto in ben sette dei suoi 17 film tra cui la celebre trilogia romantica dei “Before” -Sunrise, Sunset, Midnight-) e Patricia Arquette (che molti ricordano per “Lost Highway” di David Lynch e “True romance” di Tony Scott). La sorella maggiore di Mason è interpretata dalla figlia di Linklater, Lorelei. Quando le riprese iniziarono, Ethan Hawke aveva 32 anni, Patricia Arquette 34 e Lorelei Linklater otto.

Chi è Richard Linklater.

Texano di Houston, dove nacque nel 1960, Linklater è uno dei più noti esponenti del cinema indipendente americano. Si fa notare nel 1995 con “Before sunrise”, primo capitolo di quella che sarebbe diventata una trilogia sentimentale con Ethan Hawke e Julie Delpy. Il film gli fruttò anche un Orso d’Argento come Miglior Regista al Festival di Berlino. Il suo successo commerciale più grande è sicuramente “School of Rock” (un piccolo gioiello di film sull’amore spassionato per il rock “duro e puro”) con Jack Black nei panni di un rockettaro che si improvvisa, per uno scambio di persona, insegnante di musica in una scuola elementare. Con “Boyhood”, Linklater ha ottenuto la sua prima nomination agli Oscar come Miglior Regista.

Perché vedere “Boyhood”: 4 buone ragioni.

1. Perché mai nessun film è stato concepito in questo modo.

Qualcuno ha paragonato “Boyhood” ai film di Francois Truffaut su Antoine Doinel, da “I quattrocento colpi” a “L’amore fugge”. Per quanto si tratti dell’unico paragone possibile nella storia del cinema, si tratta comunque di due esperimenti ben diversi: l’opera di Linklater è un unico film girato in 11 anni, concentrato in sole due ore e quaranta minuti, mentre Truffaut girò una vera e propria “saga” di quattro film e un corto, che uscirono separatamente nell’arco di 19 anni.

2. Perché l’interpretazione di Ethan Hawke è forse la migliore della sua carriera.

Lo conosciamo dai tempi de “L’attimo fuggente”, è uno degli attori più rappresentativi dei nostri tempi, sa passare con grande ecletticità dal romantico, al drammatico, al thriller. Eppure la critica, finora, non gli ha mai dato la giusta considerazione. Il fatto che le riprese di “Boyhood” siano iniziate nel 2002, la dice lunga su quanto sia il tempo che si sottovaluta questo attore.

3. Perché alcune battute del film sono delle vere e proprie perle di saggezza.

Come dimenticare i consigli di papà Ethan: “Le donne non sono mai soddisfatte, ok? Loro sono sempre a caccia di qualcosa di meglio ed è questo che penso sia capitato a te, mio caro amico pennuto. Non mettere il controllo della tua autostima nelle mani di Sheena. Vuol dire che tu rispondi solo a te stesso, non alla tua ragazza, non a tua madre, non a me, tu.”  O la bella similitudine col bowling, “Niente spondine, la vita non regala spondine”. Molto belli anche i saggi pensieri esistenziali di Mason: “E’ come se la vita di ognuno di noi fosse relegata in un limbo e fosse inaccessibile agli altri” e “Io voglio solo provare a non vivere la mia vita attraverso uno schermo. Voglio riuscire ad avere un’interazione reale con una persona vera, non con un profilo messo lì”.  E la splendida, geniale, frase finale del film, pronunciata tra l’altro da un personaggio sconosciuto e qualunque, che riecheggia i consigli del professor Keating de “L’attimo fuggente” ma capovolgendo il senso della sua frase più celebre e ispiratrice:” “Sai quando qualcuno ti dice “Cogli l’attimo”? Non lo so…io invece credo che succeda il contrario: nel senso che è l’attimo che coglie noi”. Una frase che potrebbe diventare per i giovani del 2000 quello che è stato il “Cogli l’attimo” per i ragazzi degli anni ’90.

4. Perché è un po’ la storia di tutti noi, raccontata senza filtri.

È vero, non tutti sono figli di genitori divorziati o così “incasinati” ma è anche vero che, tirate le somme, la mamma e il papà di Mason sono brave persone e hanno trasmesso dei valori universali ai loro figli, nei quali tutti ci riconosciamo. E poi il modo in cui la pellicola è costruita, ripercorrendo gli anni 2000 fino ad oggi, è familiare a ognuno di noi. È come se vedessimo un filmino del nostro passato.

Boyhood
Locandina del film.
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