Tutte le apps da avere se si ama il cinema (poche, ma buone!)

IMDB

Perché non usare i nostri smartphone anche per coltivare gli interessi che abbiamo e accrescere le nostre conoscenze? Io da quando sono entrata nel mondo “smart” (che non a caso significa “brillante, acuto”) cerco di sfruttare queste nuove frontiere anche per imparare qualcosa. E, vi assicuro, la necessità di sapere non è mai abbastanza.

La mia gioia, mista a stupore, ha toccato l’apice quando ho scoperto il cinema nelle apps. È vero, ancora sono poche quelle dedicate alla settima arte…ma comunque meritano, eccome. Tutte gratuite, tranne una (e capirete perché).

Le FONDAMENTALI.

1. IMDb Film & Tv

IMDb (acronimo di Internet Movie Database) è un sito web interamente dedicato al cinema, il portale cinematografico di Amazon.com che gestisce tutte le informazioni legate ai film, alle serie tv, ai videogiochi e a chi crea tutto questo. L’applicazione del suddetto sito, realizzata sia per smartphone che per tablet, è a mio parere anche meglio del sito stesso, con l’unica pecca della mancanza della lingua italiana, un problema tutto sommato relativo, secondo me. Per il resto, è davvero ottima: collegandosi al proprio account Facebook, Google o Amazon è possibile creare una propria lista desideri (“whishlist”) spuntando dall’elenco dei film tutti quelli che si desidera vedere. Inoltre appena si lancia l’app si trovano in evidenza i principali trailer (disponibili anche in HD) e le informazioni sui film più recenti o addirittura ancora in fase di post produzione. Sono anche disponibili moltissime foto dai set o dalle premiazioni in qualità 1280×720. In occasione degli Academy Awards 2015 è stata riservata una sezione dell’app dedicata ai premi principali del cinema (dagli Independent Spirit Awards ai Golden Globes) con un riepilogo dei vincitori, dei candidati e con uno splendido archivio fotografico. Imdb è molto ben costruita, soprattutto a livello grafico, e risulta più godibile nella visualizzazione in tablet da 7″ in su. La consiglio come app primaria per le informazioni, fondamentale per chi ad esempio gestisce blog o fan page dedicati al cinema. Di norma, le notizie su Imdb sono da ritenersi ufficiali perché inserite dalle produzioni stesse dei film. Quindi, è in sostanza quello che è l’ANSA per il giornalismo: necessaria.

2. Coming Soon Cinema

È l’app omonima del canale tv Coming Soon Television, purtroppo cancellato definitivamente nel marzo dell’anno scorso (sarò stata una dei pochissimi a seguirlo spesso). È, a parer mio, la migliore app di cinema interamente italiana: ricalca le orme di Imdb, perché come quest’ultima ha un archivio pazzesco, e propone moltissimi contenuti: trailer, trame dettagliatissime dei film in programmazione e in arrivo, tante fotografie, biografie complete di attori e registi. In più rispetto a Imdb offre anche la programmazione completa di tutti i cinema della zona in cui viviamo, con tutti gli orari e il rilevamento satellitare della sala cinematografica con Google Maps. Una delle nuove e più carine funzioni dell’app è “Your Mood”: si trova nel pannello laterale sulla sinistra, ed è una sezione che suggerisce un film tra quelli in programmazione vicino alla propria casa in base alle persone con cui si è deciso di andare al cinema e allo stato d’animo. È inoltre presente una ricca sezione “Notizie”, che contiene tutti gli aggiornamenti sui film e sugli attori e anche “Under 12”, che permette di avere un elenco già filtrato con tutti i film nelle sale dedicati ai più piccoli. Per i seguaci dei “trend”, c’è anche la sezione “Box Office” con le pellicole ancora in proiezione che sbancano i botteghini. Consiglio questa applicazione davvero a tutti, perché oltre all’interfaccia intuitiva, consente di informarsi a 360 gradi.

3. MyMovies Pro (questa è quella a pagamento: ben 6,99 €!)

Necessaria se non fondamentale per chi possiede una vasta collezione di DVD o BluRay, MyMovies Pro è ottima per la classificazione: avendo un archivio quasi infinito, permette di catalogare tutti i film che si possiedono secondo alcuni parametri come il genere di film, o il gradimento. È anche possibile, dettaglio utilissimo per gli smemorati, specificare dove si trova esattamente ogni film della nostra collezione, e quindi anche se è stato prestato.

La versione gratuita di quest’app è inutile, perché permette di catalogare solo una cinquantina di film. Quindi consiglio di puntare subito alla versione PRO. Personalmente, ce l’ho e la uso da anni. È molto ben fatta e finalmente non devo impazzire quando mi capita di cercare un film nella mia infinita collezione domestica di dvd.

Tutte le ALTRE.

CineTrailer Cinema, creata dalla Web Agency Ddm.it con sede a Milano, è l’app dell’ominimo sito web (www.cinetrailer.it). È sicuramente ben fatta, e risulta godibile soprattutto perché propone (oltre alla programmazione completa delle sale cinematografiche vicino a casa) anche una ottima sezione di trailer in full HD e schede dettagliate sui film. Purtroppo, e lo dico con rammarico, non è completa al 100%: mancano le biografie degli attori e registi, e soprattutto la ricerca negli archivi è molto lacunosa. Non si trovano alcuni film “storici”, e inspiegabilmente alle volte è impossibile fare una tranquilla ricerca dalla barra predisposta. Ciò detto, resta comunque un’alternativa (apprezzata da molti utenti) a Coming Soon Cinema, essendo anch’essa tutta in italiano.

Movie Showtime

Nonostante la grafica accattivante, più apprezzabile su Windows Phone, Movie Showtime è ancora un’app molto acerba. In pratica, la sua caratteristica principale è quella di proporre la programmazione completa dei cinema nella città dell’utente. Il resto (trame, schede sui film, ecc.) risulta un po’ sgangherato, ma le intenzioni sono sicuramente buone ed è possibile che in futuro migliori.

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Oscar Predictions: ecco cosa potrebbe accadere domani notte al Dolby Theatre di L.A. E anche cosa non accadrà mai.

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La copertina dell’Hollywood Reporter dedicata agli Oscars 2015

Anche qui ci si lancia in predizioni, perché è un po’ un modo rapido per fare il punto della situazione. Domani notte (per noi, sera per gli americani) nell’ormai mitico Dolby Theatre di L.A., come ormai tutti sappiamo, si terrà l’87esima notte degli Academy Awards ovvero gli Oscar del cinema mondiale. Tra i film candidati non ci sono state grossissime soprese, per cui dovrebbe essere anche abbastanza semplice prevedere l’esito della premiazione. È chiaramente molto riduttivo basarsi solo sugli Oscars per avere un’idea precisa del cinema attuale, però è comunque un modo per essere sempre affacciati sul mondo della settima arte, soprattutto nel Paese che più crea, produce ed esporta il cinema di questi tempi: gli Stati Uniti.

Quest’anno la cerimonia degli Academy Awards sarà condotta da Neil Patrick Harris, volto noto della tv americana perché tra i protagonisti della sitcom che ha rivoluzionato le sitcom: How I Met Your Mother (ne ho parlato da poco qui). Dopo la (secondo me) disastrosa conduzione di Seth McFarlane (solo pensare a questo siparietto mi deprime), l’Academy ha pensato bene di optare per presentatori più in linea con il livello della serata. L’anno scorso è stata la volta di Ellen DeGeneres, la seconda per lei dopo il 2007, ed è stata eccellente. Quest’anno eredita lo scettro Neil e -per quanto dubiti delle sue capacità di mattatore da palcoscenico- sono certa che sarà quantomeno una conduzione all’insegna dello stile, anche nell’ironia. Oltretutto, ho una particolare predilezione per Harris come attore (lo considero geniale, in un certo senso), quindi sono contenta che abbia l’occasione artistica di proporsi a un pubblico vastissimo e in mondovisione.

Come scrivevo sopra, non ci sono state grandi sorprese tra le nomination. Era facile immagine quali sarebbero stati  i candidati principali, più o meno come ogni anno, anche in seguito ai Golden Globes. Qualche piccolo “schock” per le poche candidature di “Interstellar” di Christopher Nolan, che avrebbe meritato almeno la nomination a Miglior Film oltre che quelle ottenute per premi tecnici. Però evidentemente la giuria dell’Academy non è rimasta particolarmente impressionata dall’avventura nello spazio dei tre astronauti alla ricerca del buco nero Gargantua. Altra piccola/grande ingiustizia, forse, la mancata candidatura di Jake Gyllenhaal per “The Nightcrawler” e di Matthew McConaughey, la cui interpretazione in “Interstellar” avrebbe meritato almeno la stessa considerazione di quella di Bradley Cooper in “American Sniper”. Comunque, le jeux sont faits. Domani conosceremo i verdetti, e potremo commentare con cognizione di causa. Per adesso possiamo limitarci soltanto a qualche previsione.

Dato che quest’anno mi sento “abbastanza” sicura delle mie supposizioni, vi propongo quindi la mia lista di vincitori per categoria. Vedremo se l’Academy mi darà ragione!

Miglior Film: Birdman, regia di Alejandro G. Inarritu (oppure “Boyhood” di Richard Linklater)

Miglior Attore protagonista: Eddie Redmayne per “La teoria del tutto” (Michael Keaton per “Birdman” è l’altra concreta possibilità)

Miglior Attrice protagonista: Julianne Moore per “Still Alice”

Miglior Attore non protagonista: J.K. Simmons per “Whiplash”

Miglior Attrice non protagonista: Patricia Arquette per “Boyhood” (sarei contenta anche per Emma Stone, ma è più un mio desiderio che altro)

Miglior Film d’animazione: Big Hero 6

Miglior fotografia: Emmanuel Lubezki per “Birdman” (segreta speranza: Dick Pope per “Mr. Turner”)

Migliori costumi: The Grand Budapest Hotel (oppure Into the woods… Milena Canonero e Coleen Atwood sono entrambe delle autorità nel campo)

Miglior regia: Alejandro G. Inarritu per “Birdman” (oppure Richard Linklater per “Boyhood”)

Miglior trucco: The Grand Budapest Hotel

Miglior colonna sonora originale: Jóhann Jóhannsson per “La teoria del tutto” (oppure Alexander Desplat per The Grand Budapest Hotel)

Miglior montaggio del suono: Interstellar

Miglior missaggio: Whiplash

Miglior effetti visivi: Interstellar

Miglior sceneggiatura non originale: Inherent Vice

Miglior sceneggiatura originale: The Grand Budapest Hotel (o Nightcrawler)

Per buttarla sul ridere, ecco invece una classifica semiseria di chi agli Oscar 2015 non vincerà MAI, sempre secondo me (solo premi principali!).

Miglior Film:” The imitation game”, di Morten Tydlum

Miglior Attore protagonista: Benedict Cumberbatch per “The imitation game”

Miglior Attrice protagonista: Felicity Jones per “The theory of everything”

Miglior Attore non protagonista: Edward Norton per “Birdman”

Miglior Attrice non protagonista: Keira Knightley per “The Imitation game”

Miglior Film d’animazione: The Boxtrolls

Migliori costumi: Maleficent

Miglior regia: Bennett Miller per “Foxcatcher”

…e adesso, staremo a vedere come andrà domani notte al Dolby Theatre! In pagina commenterò le vittorie, quindi state all’erta!  😉

-Alice

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I candidati come best actors

I classici Disney: la fine di un ciclo?

Qualche mese fa ho consapevolmente scelto di vedere “Frozen”, il penultimo classico Disney. Quindi ero anche conscia delle eventuali conseguenze che mi attendevano. Uscito lo scorso Natale, è un film animato al computer e ripropone la nota fiaba della Regina delle Frozen-Movie-Elsa-HD-Wallpaper1Nevi. Conoscendo bene la storia da cui è tratto, sono rimasta un po’ delusa dalla totale libertà con cui gli sceneggiatori hanno rivisto ogni elemento della trama originale, del tutto stravolta. Ma in effetti questo è stato il male minore. Dopo “Ralph Spaccatutto”, onestamente, non avevo grandi aspettative anche se la segreta speranza era che questo ultimo lavoro di casa Disney si ponesse sulla stessa lunghezza d’onda del molto più riuscito “Rapunzel” (2010). Invece niente, delusione su tutti i fronti: storia banalissima, musiche al limite del nauseante, personaggi senza un minimo di spessore. Mi piacerebbe poter parlare di “ritorno al passato”, ma sarebbe ingiusto considerando le glorie che la Disney ha colleRalph_spaccatuttozionato in questi 80 anni di esistenza. No, forse si può parlare soltanto di “involuzione”. Mi chiedo cosa sia cambiato esattamente nella concezione dei nuovi classici, soprattutto negli ultimissimi anni. Forse il target a cui la produzione si rivolge, adesso decisamente inferiore: parliamo di bambini, non certo (non più) adolescenti. “Ralph Spaccatutto” aveva il pregio indiscutibile di una trama originale: i videogiochi anni ’80 che si scontrano con quelli anni 2000. Una specie di “Toy Story” tra videogame. Purtroppo, nella sostanza dei fatti, il cartone è risultato infantile: dialoghi, tecniche, personaggi troppo puerili. E soprattutto, una (LA) vera mancanza grave secondo me: l’ironia. Ma dov’è finita quella fantastica ironia Disney che mi ha fatto piegare dalle risate sempre, vincendo il tempo e la nostra umana tendenza a diventare più razionali e seri con l’età? Insomma, gli ultimi classici Disney non fanno ridere. Ma neanche una volta, neanche per sbaglio.

Rapunzel
Rapunzel

Qualche ventata di ironia l’avevo respirata con “La principessa e il ranocchio” e “Rapunzel”, tant’è che mi era sembrato di assistere a una vera e propria “rinascita” dei capolavori a cui eravamo abituati. Invece era stato solo un miraggio. “Frozen”, realizzato da Chris Buck e Jennifer Lee sul soggetto originale di Hans Christian Andersen e sceneggiatura sempre di Buck e Lee assieme a Shane Morris, ripropone le tecniche che avevamo già visto in “Rapunzel”: le protagoniste femminili, Elsa e Anna, sono praticamente identiche -nella grafica digitale- a Rapunzel e lo stesso dicasi per i personaggi maschili. Il cartone in sé è ottimamente realizzato a livello di computer grafica e scenografie “nordiche”: paesaggi innevati, boschi di montagna, il palazzo di ghiaccio che rappresenta un po’ il freddo cuore di una delle protagoniste.

Parte dello storyboard di "Frozen"
Parte dello storyboard di “Frozen”

A differenza degli altri classici, in una cosa “Frozen” è diverso: è un musical. Una scelta abbastanza azzardata, considerando che questo genere può non incontrare il favore di tutti. Personalmente, ho ritenuto questa impostazione davvero pesante. Oltre alla debolissima trama, un vero attentato all’intelligenza media delle persone, anche la beffa di una canzone insulsa a intervalli regolari, per un totale di dieci esecuzioni. Ho faticato a finire di vederlo, mi sentivo come Mercoledì Addams che guarda i film Disney al campo Chippewa sotto punizione dei capi scout. E’ stata davvero dura, e tra l’altro specifico che io apprezzo i musical. Quindi, tutta la buona volontà c’era.

Se dovessi salvare per forza qualcosa di questo 53° classico Disney, oltre la grafica, probabilmente salverei (e mi stupisco anche io di questa affermazione) le scene iniziali della festa al castello, quando le sorelle “debuttano” in società, perché conservano qualche elemento di simpatia e rievocano alla lontana i siparietti comici in stile Disney, e infine la scena in cui la Regina delle Nevi canta “Let it go”, la melodia principale del film nell’esecuzione tutto sommato riuscita di Idina Menzel, che ha per l’appunto un background da cantante di musical. Nient’altro. In questo senso, posso capire l’Oscar alla Miglior Canzone Originale, poteva anche starci, ma mi chiedo il perché dell’Oscar al Miglior Film d’Animazione.

È stato un premio immeritato, soprattutto se pensiamo ai candidati in lizza per questo riconoscimento: “Cattivissimo me 2” di Pierre Coffin e Chris Renaud, sempre al massimo del divertimento, I “Croods”, pazza famiglia preistorica ideata da quel genio di illustratore che è Chris Sanders, “Ernest e Celestine”, sceneggiato dal grande Daniel Pennac e “Si alza il vento”, surreale racconto di Hayao Miyazaki. Non è quindi razionalmente spiegabile la scelta di indirizzare il premio a “Frozen”, se non in quanto accordo finanziario tra produzione e Academy.

ParaNorman
ParaNorman (2012)

Ma di solito è facile prevedere le vittorie agli Oscar nell’ambito della Miglior Animazione: quando non c’è la Pixar vince la Disney, e viceversa. Se son candidate entrambe, vince la Pixar. Più o meno, in termini di previsioni, funziona così. È forse dal 2010 (anno di “Up”, per intenderci) che non vince un film animato davvero meritevole. Prima ancora, soltanto “Wall-E”, “Gli Incredibili” e “La città incantata” avevano degnamente ottenuto la vittoria. Resta comunque e sempre un piccolo scandalo che veri e propri capolavori come “Appuntamento a Belleville”,”La sposa cadavere”, “Coraline e la porta magica”, “Persepolis”, “Frankenweenie” e “Paranorman” siano stati messi da parte in favore di produzioni palesemente inferiori in termini di qualità artistica.

Come 54° classico, la Disney ha stretto un sodalizio con Marvel per i diritti di “Big Hero 6”, che racconterà di un gruppo di supereroi in Giappone. Da quello che si può trovare in giro, pare che la produzione si sia discostata quasi del tutto dalla storia originale (ma dai!), e il fatto che tra i realizzatori non compaia neanche il nome di un membro dello studio Marvel dice tutto. Sarà un nuovo buco nell’acqua? Staremo a vedere.

Tutti gli occhi di Hitchcock.

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Meno male che Kogonada continua a fare video.

Dopo la simmetria di Wes Anderson e la prospettiva di Stanley Kubrick, “Gli occhi di Hitchcock” cade a fagiolo. Lo “sguardo” dei protagonisti, spesso terrificato o allucinato, che lascia senza fiato e fa temere il peggio…

Dicevo che questo video cade a fagiolo perché ci tenevo tanto a sponsorizzare la mostra fotografica “Alfred Hitchcock nei film della Universal” (http://www.comune.parma.it/notizie/news/CULTURA/2014-07-16/Alfred-Hitchcock-nei-film-della-Universal-Pictures-1.aspx), che si terrà al Palazzo del Governatore di Parma fino al 9 novembre -è partita a luglio-. L’esposizione è stata pensata per celebrare i 50 anni di “Marnie”, e comprende ben 70 fotografie e vari contenuti speciali. E in più, ci sarà una sala intera dedicata a un aspetto primario dei film di Hitch: la musica. Io con la testa sono già lì, ma se potrò esserci anche fisicamente non mancherò di aggiornare il blog.

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Marnie (1964)

Se c’è una cosa per cui ringrazierò sempre mia mamma, una delle tante, è quella di avermi fatto amare Alfred Hitchcock sin da quando ero bambina. Normalmente è un regista che si scopre col tempo, io invece ci sono cresciuta quando gli altri venivano su beatamente con Sailor Moon. Non nego che mi sarei risparmiata qualche paranoia in meno ma…sì, non ho rimpianti.

Bella Hitch!

Riflessione sui bravi attori.

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Dead Man Walking (1995)

Il regista ed esperto di cinema Marcus Geduld ha scritto l’articolo “Da cosa si riconosce un bravo attore?”. Mi è piaciuto. Le riflessioni che contiene possono essere opinabili, ma sono molto lucide e suffragate da esempi concreti. In questo articolo cercherò di seguire un po’ la stessa linea di pensiero e di stesura.

Non esistono criteri oggettivi per stabilire se un attore è bravo o meno, dice Geduld. È sempre e solo questione di gusti personali, tutto dipende dalla nostra sensibilità e (aggiungo io) anche dal nostro “background” cinematografico, ovvero dai film che abbiamo visto nel corso di tutta la nostra esistenza, quei film che ci hanno “formati”.

Partendo dunque da questo presupposto, Geduld elenca cinque punti base per definire un bravo attore:

1) Deve provare quello che prova il personaggio.

2) Deve saper sorprendere.

3) Deve essere vulnerabile.

4) Deve saper ascoltare.

5) Deve sapersi “suonare” come se fosse uno strumento.

In merito al primo punto, è indubbio che se un attore non crede in quello che fa non potrà convincere nessuno, nemmeno sé stesso. Geduld cita come esempio negativo Keanu Reeves, che a suo avviso non riesce ad essere mai “dentro” un personaggio. Geduld sostiene che è spesso facile confondere l’attore col film in cui recita, ergo Keanu Reeves è un bravo attore perché ha recitato in “Matrix” o nel “Dracula” di Coppola. A me invece viene in mente Monica Bellucci. Al contrario di Geduld,mi chiedo: un film può essere considerato un capolavoro se i protagonisti non danno prova di grandi qualità attoriali? Per il regista la risposta è sicura, per me la domanda resta aperta.

Anche la sorpresa, come l’emotività, è un elemento che l’attore più dotato deve saper tirar fuori. Esempio perfetto: Robin Williams. Lui sapeva sorprendere in tutti i suoi ruoli, e soprattutto nel capolavoro di Gilliam “La leggenda del Re Pescatore”. Mi stupisce che Geduld nel suo articolo non lo citi neanche una volta. Son citati invece Glenn Close, Jack Nicholson, Al Pacino, Gary Oldman come esempi di attori che sanno sorprendere perché da un momento all’altro potrebbero agire in un modo (spaventoso) che non puoi prevedere. A questa lista aggiungerei anche Gloria Swanson ( in “Viale del tramonto), Javier Bardem (in “Non è un paese per vecchi”), Robert De Niro (in “Cape Fear”), Christian Bale (in “American Psycho”), Daniel Day Lewis (in “Gangs of New York” e “Il petroliere”).

Un bravo attore deve saper essere vulnerabile. Io sono rimasta molto colpita -recentemente- dall’interpretazione di Shelley Winters in “La morte corre sul fiume” di Charles Laughton. Una donna che dimentica i propri figli, che arriva a umiliarsi fisicamente e psicologicamente, che cede al fanatismo religioso e rinuncia alla sua personalità solo per sentirsi degna dell’uomo (gravemente disturbato) che l’ha sposata. E cito ancora ancora una volta Robin Williams, attore che ha saputo mostrare senza vergogna la sua vulnerabilità. Penso in particolare a un suo film non molto conosciuto ma che andrebbe rivalutato: “The final cut”, uscito nel 2004. C’è una scena in cui il protagonista (Williams) viene picchiato dalla ragazza che ama (Mira Sorvino) e lui piange dal dolore per averla ferita a tal punto. È rarissimo vedere in un film una donna che picchia un uomo, soprattutto un uomo con l’aria bonaria di Robin Williams. Ecco, quella scena e soprattutto le lacrime di lui mi hanno fatto capire quanto ad alcuni attori venga spontaneo comunicare una profonda vulnerabilità.

Un aspetto sul quale forse non avevo mai davvero riflettuto era la capacità di saper ascoltare. In realtà, mi piace osservare le facce dell’attore che in un determinato momento non è al centro dell’attenzione, per capire se effettivamente è “dentro” la scena. E non tutti comunicano un senso di coinvolgimento, nemmeno nei dialoghi di coppia, ma altri sono invece ascoltatori nati. Un esempio che mi viene in mente è Susan Sarandon. In vari film ho apprezzato la sua aria materna e rassicurante, che ispira comprensione. In questa intensa scena di “Dead man walking” Susan comunica molto anche quando non dice assolutamente nulla.

L’ultimo punto mi ha fatto un po’ sorridere. In effetti, il corpo di un attore è IL suo strumento, come lo è il violino per un violinista o la voce per un cantante. Se un attore non sa comunicare anche attraverso il proprio corpo rimane un artista “a metà”. Di norma, i grandi attori sanno anche usare bene il loro corpo. E anche io come Geduld non mi riferisco soltanto alle scene di sesso, o a chi si denuda perché il copione lo richiede, o a chi perde o acquista peso. Mi riferisco anche, soprattutto, all’attore che sa comunicare attraverso semplici gesti o espressioni facciali. In pratica, parlo della comunicazione non verbale. Questo discorso si riallaccia ovviamente con ciò che scrivevo prima, sulle reazioni che un bravo attore sa far trasparire anche quando non parla. Geduld cita come grande comunicatore su tutti i livelli James Gandolfini. A me invece viene in mente l’attrice Octavia Spencer, premio Oscar 2012 per “The Help”. Anche lei -come Gandolfini- non è bella e non è armoniosa. Eppure quando recita sa trasmettere una carica emotiva e fisica notevole. Basta guardarla in questa clip da “The Help”.

Un altro attore che sa sicuramente “suonare” alla grande il proprio corpo è Jim Carrey, e questa scena da “Yes man” lo dimostra.

A conclusione del suo interessante articolo, Marcus Geduld fa una breve riflessione su alcuni attori (lui cita Tom Cruise), che spesso vengono disprezzati per la loro vita privata perché non abbastanza bravi in senso artistico da farla dimenticare.

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Mephisto (1984)

Non so se sia un bene dimenticare quanto un attore possa essere umanamente squallido a favore della sua grande bravura artistica, ma questo fa capire quanto sia potente il mezzo della recitazione se lo si sa usare. Basti pensare al teatrante Hendrik Hoefgen interpretato da Klaus Maria Brandauer in “Mephisto”. Un essere spregevole e ignobile, senza alcun valore o ideale all’infuori del proprio bene. Ma, innegabilmente, un eccellente interprete.

La mia passione più grande.

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Notorius (1946)

Il cinema.

Se potessi vivere solo pensandoci e parlandone sarei forse la persona più felice al mondo. Però, ammetto che anche il fatto di considerare il cinema come “valvola di sfogo”, come una sorta di fuga dalla quotidianità e dalla realtà, mi permette di goderne di più.

Ovviamente, non sono solo un’appassionata di cinema perché, in effetti, chi ama il cinema non può essere insensibile di fronte alla pittura, alla fotografia, alla letteratura. Sono tutte arti che partecipano al linguaggio cinematografico.

In più, io amo molto anche la scrittura. È per questo amore che ho -finalmente!- deciso di aprire il blog. Unire scrittura e cinema mi sembra il miglior modo per esprimere due grandi passioni, nella più totale libertà.

Ho scelto di chiamare questo spazio “Cinematic” perché è un blog correlato al cinema che tratterà di cinema, però nel senso più vasto possibile. Insomma, non pubblicherò solo recensioni di film ma andrò oltre, in quella che spero sarà un’analisi un po’ più profonda della cosiddetta “settima arte”. E non escludo che potranno esserci mie riflessioni su temi apparentemente lontani (ma solo apparentemente!) dal mondo del cinema.

Il sottotitolo del blog, “food and movies”, che forse non sono la prima usare, l’ho scelto perché rappresenta un po’ l’essenza della vita di una persona che ha una passione vera. “Cibo e…”, mi basta solo questo per vivere.

Più o meno penso di aver detto tutto.

Aggiungo giusto una breve presentazione personale: mi chiamo Alice, ho 26 anni, mi sto specializzando in Lingue e Letterature Moderne Europee e Americane, ho un passato da giornalista in piccole esperienze editoriali di provincia e dal 2010 sono pubblicista nell’ordine dei giornalisti.

Adesso ho veramente detto tutto.

Buona lettura e…bring the cinema with you!