Le serie tv che non potete perdere (secondo me).

Da appassionata di cinema, non potevo non approdare al mondo delle serie tv. Ammetto di esserci capitata più tardi di quanto normalmente accade, ma quando è successo è stata una scoperta piacevole quanto inaspettata.

Dietro le serie c’è un mondo intero: sceneggiatori geniali, attori incredibili, storie che ti tengono fino all’ultimo col fiato sospeso. Al contrario di quello che pensavo, non è affatto un mondo “di scarto”: ho provato forse più emozioni intense, negli ultimi tempi, grazie alle serie che ai film.

Premetto che non parlo soltanto delle serie americane, nonostante siano quelle che seguo con più partecipazione. Anche l’Italia ha sfornato prodotti interessanti. Facendo una piccola classifica delle nostre produzioni migliori:

-Il commissario Montalbano.

2314565Tratto dai gialli best seller di Andrea Camilleri, questo ciclo di telefilm va avanti ininterrottamente dal 1999. Quindici anni in cui abbiamo imparato ad amare il burbero Salvo Montalbano, commissario irreprensibile e coraggioso, nonché dotato di un raro intuito investigativo. La forza di questa serie è rappresentata proprio dalla figura del protagonista, che associa una moltitudine non comune di doti come l’innato senso morale a una spiccata umanità che lo rende più vicino a ognuno di noi. L’ambientazione è un altro elemento vincente di “Montalbano”: la Sicilia, terra misteriosa, ricca di cultura e tradizioni millenarie, di bellezze paesaggistiche e urbane. Una terra che ancora nessuno è veramente in grado di decifrare, neanche chi (come lo stesso Montalbano dimostra) ci vive da una vita intera. La penna del maestro Camilleri, poi, fa tutto il resto: trame mai scontate e sempre nuove e di una modernità disarmante. A livello “tecnico”, è da plauso la fotografia, e la regia di Alberto Sironi. E’ ancora un piacere, per me, seguire questa fiction e non credo che potrà mai annoiarmi.

-Boris

borisDefinita come “la serie fuori serie”, “Boris” (ideata da Luca Manzi) racconta il mondo del cinema attraverso una cronaca ironica della vita su un set, dove si gira la fittizia fiction “Gli occhi del cuore 2”. Considero “Boris” uno dei format tv più originali mai creati e, per quanto non l’abbia mai seguita bene, l’ho sempre apprezzata. L’anima di questa serie sono senza dubbio i suoi interpreti, estrosi e simpatici, come Francesco Pannofino, Pietro Sermonti, Antonio Catania, Caterina Guzzanti, Carolina Crescentini. Sono solo alcuni degli attori coinvolti -Boris ha conosciuto tre stagioni e una riuscita trasposizione cinematografica- ma sicuramente tra i più noti. Non è forse una fiction coinvolgente come altre, però merita di essere seguita proprio per la sua comicità e per il suo essere fuori dai canoni rispetto alle solite serie italiane (che di solito sono soap un po’ banalotte, diciamocelo!).

A questa classifica, aggiungo anche due fiction che meritano di essere citate, ovvero “Gomorra-La serie” e “Romanzo criminale”. Pur non avendo mai visto una sola puntata di entrambe, ho letto molti pareri positivi e conto al più presto di colmare la lacuna. Come si comprende dai titoli, sono tratte dalle note opere di due scrittori italiani, Roberto Saviano e Giancarlo De Cataldo. “Gomorra” racconta dei clan camorristi e delle dinamiche tra i vari membri di questa organizzazione criminale profondamente radicata nel territorio campano. Per ora è stata trasmessa una sola stagione su Sky Atlantic, ma il successo è stato dirompente. “Romanzo criminale” è invece la nota storia della Banda della Magliana e dei suoi storici componenti, vicenda peraltro già raccontata dal film di Michele Placido.

Passando invece al più ricco universo delle serie tv americane, la scelta è molto più ampia e di conseguenza anche più difficile. Ogni emittente sforna infatti decine di fiction l’anno, e solo alcune secondo me (e secondo gli esigenti spettatori americani) meritano davvero. E’ spesso comune che vengano cancellate delle serie dopo appena una stagione, anche solo dopo un paio di episodi. Nel mondo di squali che è la tv americana, i “prodotti” che possono permettersi di restare a galla devono registrare ottimi picchi di gradimento. Ma questa legge, per quanto impietosa possa essere (e talvolta anche ingiusta, si veda il caso della drastica cancellazione di “The Crazy Ones”, che vantava come protagonista il grande Robin Williams), ha portato alla ribalta più che meritata veri e propri capolavori. Cercherò di essere il più obiettiva possibile con questo personalissimo elenco.

1) Breaking Bad.

10639646_353571461487422_5681188800531600287_nIn Italia abbiamo dovuto aggiungere il sottotitolo “Reazioni collaterali” per spiegare, o quantomeno provarci, il senso dell’espressione idiomatica del titolo. E il sottotitolo non rende neanche lontanamente l’idea di quello che “Breaking bad” significa secondo un modo di dire del South West, ovvero: rompendo le regole, sfidando le convenzioni e l’autorità. Proprio quello che, nel corso delle cinque stagioni della fiction, decide di fare Walter White, professore di chimica in un liceo di Albuquerque, New Mexico. Walter, da sempre cittadino perbene, lavoratore, uomo onesto, affettuoso padre e fedele marito, inizia a cambiare quando apprende del cancro ai polmoni. L’assicurazione sanitaria non copre tutte le spese mediche, e il professore inizia a vedere quello che resta della sua vita come un susseguirsi di sfortune. Non basta la malattia, ci vuole anche la povertà. E sua moglie e i due figli, come faranno a vivere? E lui merita davvero tutto questo? La vita allora gli appare sotto un’altra luce, piena di infinite possibilità che mai aveva considerato. Che mai si sarebbe sognato di considerare. Il rischio per lui non rappresenta più un problema: gli si materializza nel cervello la piena consapevolezza delle sue doti, della sua genialità come uomo di scienza che ha sfiorato il Nobel. E allora decide di saltare il fosso. Neanche il semplice fatto di avere un cognato intransigente e agguerrito nella DEA (Drug Enforcement Administration) lo spaventa, e non lo ferma quando decide di mettersi in società con un suo ex studente ormai piccolo spacciatore di metanfetamine, Jesse Pinkman. Assieme a Jesse, Walter inizierà una lenta ma inesorabile discesa agli inferi, ovvero una escalation piuttosto rapida nel sottobosco dello spaccio di droga. Tutto questo lo porterà prima semplicemente a “cucinare” le metanfetamine e poi a volersi imporre come leader del settore. E Walter si trasformerà in un “buco nero”, che risucchia tutto quello che ha intorno, ormai accecato dall’avidità e dalla cattiveria. 

“Breaking bad” è più di un telefilm, è una saga dell’orrore umano che mostra quanto in basso si può spingere una persona per perseguire i propri fini, quali essi siano. Walter White potrebbe essere chiunque, non è un folle, non è un delinquente, è “l’uomo qualunque” per antonomasia, dal banale nome al banale aspetto. E forse proprio questo punto a rendere la storia così drammatica e inquietante. Ho amato ogni singolo episodio di questa serie, che meriterebbe un’analisi approfondita ben oltre queste poche righe. Sicuramente, le interpretazioni di Bryan Cranston, Aaron Paul, Anna Gunn, Bob Odenkirk, Dean Norris, Giancarlo Esposito sono davvero fuori dall’ordinario, senza retoriche. Cranston su tutti è uno dei più grandi interpreti contemporanei, con una carica vitale travolgente che traspare da ogni poro del suo corpo. Se Walter White è già un immortale, questo è solo merito suo.

2) Dexter.

Al secondo posto metto “Dexter”, successo della Showtime. Anche se non è stato un colpo di fulmine come con “Breaking Bad”, l’amore si è rivelato ugualmente intenso. Dexter Morgan, il personaggio protagonista che da’ il titolo alla serie, è certamente uno dei più complessi mai creati. Si barcamena tra l’essere un cattivo a tutto tondo, “serial killer” sadico e violento, e l’essere un buono portatore di valori positivi e imprescindibili. “Nato nel sangue”, come lui stesso ama ripetere, Dexter vede assassinare sua madre nel più brutale dei modi quando aveva appena tre anni. Harry Morgan, sergente della polizia di Miami, trova il bambino sul luogo dell’omicidio, coperto di sangue e traumatizzato. Decide così di adottarlo. Dexter cresce nella sua nuova famiglia, sviluppando un profondo legame con Harry e la sore60af09172d24d4b02f7c9fc3a10fb45ellastra, Debra. Sin dall’infanzia, però, il ragazzo manifesta strane tendenze che lo portano a sentirsi attratto dal sangue e quindi a uccidere. Per evitare che il figlio si trasformi in un pazzo omicida, Harry decide di elaborare un codice comportamentale che possa permettere a Dexter di vivere nel mondo non reprimendo ma indirizzando il suo bisogno di uccidere verso una direzione “giusta”. Così Dexter diventa un serial killer, ma solo per chi veramente lo “merita” (secondo quello che lui chiamerà “il codice di Harry”). Anaffettivo e convinto della sua incapacità di provare qualsiasi sentimento, Dexter si inserisce nel mondo trovando lavoro come ematologo forense (occupazione perfetta per un amante del sangue!) presso la omicidi di Miami, e costruendosi una vita di facciata che nasconda la sua vera esistenza da assassino seriale. Perfino la sua fidanzata, Rita, e i figli di lei, sono solo una copertura che Dexter usa per apparire normale. L’unico rapporto che sembra avere una qualche reale importanza per l’uomo è quello con Debra, sua sorella, che genera in lui un forte istinto protettivo soprattutto in seguito alla morte di Harry.

Tratta dai romanzi di Jeff Lindsey, “Dexter” è una serie tutta incentrata sul  protagonista e sul suo “bisogno” di uccidere e di “ripulire” il mondo da quelli che lui considera elementi irrecuperabili. In effetti, porsi troppe domande “etiche” di fronte al comportamento di Dexter non ha molto senso, soprattutto ai fini della storia. Se si vuole entrare nel meccanismo che regola ogni puntata diventa un po’ inutile tirar fuori la morale. Nello sviluppo degli eventi, sarà infatti lo stesso Dexter a interrogarsi sulla giustezza o meno delle proprie azioni. Questo porterà lo spettatore a comprendere che Dexter è molto più “umano” di quello che lui stesso poteva immaginare. Quindi, secondo me, si deve aspettare che sia il personaggio a crescere, a maturare nuove convinzioni e a conoscere i primi dubbi. E se in fondo Harry Morgan avesse sbagliato a scegliere per suo figlio? A parte queste considerazioni, Dexter merita di essere seguita dalla prima all’ultima puntata (nonostante l’ottava serie abbia diviso pubblico e critica) semplicemente perché i ritmi narrativi, le trame avvincenti, i colpi di scena e i personaggi ben costruiti la rendono una fiction imperdibile per tutti coloro che amano il genere thriller. Una menzione particolare va fatta, anche in questo caso, per l’attore protagonista Micheal C. Hall. Dopo l’esperienza lavorativa nella serie pluripremiata “Six Feet Under”, nella quale interpretava il figlio omosessuale dell’impresario funebre Nathaniel Fisher, Hall ha conosciuto un meritato successo e la notorietà. Fama ulteriormente accresciuta grazie alla perfetta interpretazione di Dexter Morgan, molto misurata ma anche tormentata e intensa. 

Aggiungo una personale considerazione sulla sigla della serie: è senza dubbio una delle mie preferite. Gesti quotidiani, di una banalità disarmante, che rievocano le ritualità di Dexter come serial killer. E la musica, gaia e spensierata, completamente stridente con la drammaticità racchiusa in gran parte degli episodi. 

3) Game of Thrones – Il trono di spade.

10003419_353570211487547_6276188136095957439_nDa amante del genere fantasy e della filmografia storica, era impossibile che mi sfuggisse “Game of Thrones”. Questa serie televisiva nasce, com’è facile immaginare se si sa qualcosa sulla bibliografia da cui è tratta, per necessità. Le vicende dei sette regni del mondo fantastico inventato da George R.R. Martin e raccontate nella saga “Cronache del ghiaccio e del fuoco” sono infatti troppo piene di intrecci, elaborate, complesse e lunghe, troppo ricche di personaggi e legami familiari intricati perché potesse essere realizzato un solo film o anche una trilogia in stile “Il signore degli anelli”. Soltanto una serie tv poteva raccontare al meglio, o quantomeno provarci, i sette volumi delle Cronache. Ecco quindi che nel 2011 la HBO manda in onda questa fiction, che da subito registra picchi d’ascolto incredibili e diventa un caso cinematografico. Breve sintesi della trama: nei sette regni del continente Westeros, dove le stagioni durano anni, gli esponenti delle più nobili famiglie si contendono la supremazia e il trono. A spiccare tra queste famiglie sono essenzialmente tre: gli Stark, i Lannister e i Targaryen. Gli Stark, che si contraddistinguono per un’indole coraggiosa e giusta, hanno come capostipite il lord di Grande Inverno Eddard e la sua progenie, le figlie Arya e Sansa e i figli Jon, Brandon, Robb e Rickon. I Lannister, caratterizzati da avidità, brama di potere, crudele astuzia ed egoismo associati a un’indole guerriera sono invece rappresentati da lord Tywin e dai suoi figli, i gemelli Cersei e Jamie, incestuosi e cinici manipolatori, e Tyrion, nano dalla nascita ma dotato di notevole arguzia, spiccato senso dell’ironia e grande cuore. La famiglia Targaryen vede invece come unici membri i fratelli Daenerys e Viserys, figli di Aerys detto il “Re folle”. Nonostante i sette regni -all’inizio della saga- siano governati da Robert Baratheon, marito di Cersei Lannister, è Daenerys l’unica vera erede di diritto al trono. Infatti il Re Folle, suo padre, governava i regni prima della Battaglia del Tridente, che ne aveva causato la disfatta, e se non fosse stato ucciso da Jamie Lannister (allora membro della Guardia Reale) avrebbe nominato lei regina. 

Il personaggio di Daenerys è forse il più interessante di tutta la saga, o almeno uno dei migliori: subisce infatti un profondo mutamento rispetto all’inizio, quando è solo una ragazzina spaurita data in moglie a un uomo “selvaggio”, il re dei Dothraki Kahl Drogo. Nella quarta stagione è ormai una donna regale, forte, coraggiosa, una vera guerriera sanguinaria e senza paura. Se non è un cambiamento radicale questo…! 

A farmi innamorare di questa serie, seppure più “a rilento” rispetto al solito, è stata in primis la trama. Man mano che si va avanti, i temi si fanno più intriganti, i personaggi acquistano forma e carattere. Ho ammirato molto la cura nella ricostruzione (nonostante alcune licenze, perché comunque non si tratta della trasposizione di un romanzo storico), le ambientazioni, gli effetti speciali mai pacchiani, i costumi splendidi degli attori. Ma più di ogni altra cosa, ho adorato le interpretazioni. Prima fra tutte, quella di Peter Dincklage nei panni di Tyrion Lannister, davvero pazzesco sotto tutti i punti di vista. Espressivo, naturale, spontaneamente ironico, piacione. Un personaggio che colpisce dalle prime scene. Straordinari anche l’attrice inglese Lena Headey nei panni della perfida Cersei, Charles Dance in quelli del crudele Tywin ed Emilia Clarke, perfetta come Daenerys Targaryen, intensa e luminosa. E’ comunque difficile per non dire impossibile stilare una classifica di preferenza, perché il cast della serie è davvero tutto incredibile. Anche i più giovani come Maisie Williams, che interpreta la piccola Arya Stark, sono sensazionali. 

Per alcuni, una pecca della serie è rappresentata dalle troppe morti che costellano la storia. Invece è proprio questa, secondo me, una delle chiavi del successo sia della fiction tv che della saga letteraria: non si è mai in grado di prevedere davvero il destino di nessuno dei protagonisti, e questo senso di impotenza tiene lo spettatore col fiato sospeso sino all’ultimo. In questo senso, Martin ci insegna che nemmeno la vita di uno dei personaggi principali di una storia è veramente indispensabile ai fini dell’intreccio o degli obiettivi che si intendono perseguire. Esattamente come avviene nel mondo reale, dopotutto. 

Anche nel caso di “Game of thrones”, devo rimarcare la bellezza della sigla. È un’opera d’arte, a livello melodico e grafico.

4) American Horror Story.

American.horror.story“Murder House”, “Asylum”, “Coven”, “Freak Show”: ecco i quattro universi di American Horror Story, prima serie antologica nella quale mi sia imbattuta. Creata da Ryan Murphy (già ideatore di “Glee” e “Nip/Tuck”), AHS racconta varie manifestazioni dell’orrore in America. La prima serie (andata in onda nel 2011) è tutta ambientata nella Murder House del titolo, una casa vittoriana popolata da spiriti, in cui sono avvenuti fatti di sangue e misteriose sparizioni. Protagonista di questa prima serie è la famiglia Harmon. Onnipresente in tutte le stagioni la mitica Jessica Lange, che in Murder House interpreta l’inquietante e invadente vicina Constance. Totalmente diversa la seconda stagione, ambientata questa volta non ai nostri giorni ma negli anni ’60, all’interno dell’Istituto Briarcliff, ospedale psichiatrico dove vengono internati i “rifiuti della società”, persone con gravi problemi mentali ma anche semplici asociali o devianti che per qualche motivo il mondo non vuole. “Asylum” è probabilmente la stagione più dura e horror di tutta la serie: l’ho trovata cruda in vari momenti e a un certo punto ho temuto di non riuscire a finirla. Superata una certa soglia diventa più semplice da seguire, ma ammetto che la scena in cui il serial killer “Bloody Face” si rivela a una delle sue vittime è stata abbastanza traumatica. In questo senso, devo esaltare le performance di Zachary Quinto e Sarah Paulson che, assieme alla Lange (una suora ben poco religiosa) e a James Cromwell sono i migliori di questo secondo capitolo. (Piccola nota per i più cinefili: eh sì, avete letto bene! James Cromwell, il fattore Hoggett di “Babe-Maialino coraggioso!) Tra l’altro, l’orrore presente in Asylum è molto più concreto e “umano” rispetto a Murder House, dove a dominare era il paranormale: nell’ospedale psichiatrico troviamo anche l’ex medico nazista ossessionato dagli esperimenti sugli umani! Cosa può esserci di più terrificante? Forse il diavolo, e troviamo anche quello (con tanto di esorcismi vari e possessioni). Unica nota dolente e deludente di “Asylum” è il finale, che sembra appiccicato così giusto per tappare un buco. american_horror_story_10-171L’ennesima dimostrazione che il troppo stroppia. “Coven” è invece il titolo molto invitante ed evocativo della terza stagione, per adesso la mia preferita. Ambientata in una scuola di stregoneria a New Orleans, segue il percorso umano e “magico” di un gruppo di giovani streghe. La stabilità della congrega è minacciata da forze oscure e chi pratica la magia è in pericolo di estinzione: è necessario che una nuova suprema, più forte e potente, risolva la situazione. Incantesimi vodoo, creature fantastiche, divinità pagane, zombie e roghi: ecco gli ingredienti -forse un po’ furbi ma ben amalgamati- di “Coven”. Tutt’altra storia quella raccontata dalla quarta stagione, “Freak Show”, in onda proprio in questi giorni negli USA su FX. Come il titolo annuncia, questo capitolo di AHS è tutto incentrato sui cosiddetti “freaks”, i “diversi”, e sullo show di fenomeni da baraccone della città di Jupiter. Diretto da Elsa Mars, diva mancata ormai non più giovane, il “freak show” propone spettacoli che vorrebbero essere divertenti e originali ma che in realtà, data la scarsa abilità organizzativa di Elsa, si rivelano spesso veri e propri fallimenti. L’arrivo di  nuovi freaks porterà una ventata di novità e qualche possibilità in più per lo show.coven Storia parallela, quella dello spaventoso clown Twisty, che gira per Jupiter e per le sue campagne come uno zombie, pronto a rapire o uccidere chiunque incontra. La serie promette bene, e le interpretazioni mi stanno iniziando a coinvolgere. In particolare, sta scattando il colpo di fulmine per Kathy Bates, che in questa serie secondo me toccherà l’apice.

American Horror Story è senza dubbio uno dei più originali prodotti della tv americana. Considero questa serie come una sorta di “educazione” agli horror, che non traumatizza quanto i film del genere ma abitua la mente a questa dimensione. Le trame dei diversi capitoli sono molto ben scritte, e si articolano secondo una successione di eventi tutto sommato imprevedibile. Gli attori hanno saputo interpretare al meglio le intenzioni degli sceneggiatori, in particolare Jessica Lange, che ha ridato linfa vitale alla sua carriera, negli ultimi tempi un po’ in discesa, riconfermandosi come un’artista dotatissima.

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Freak Show

A conclusione di questo mio excursus nel mondo delle serie tv, mi sembra giusto ricordare altre tre serie più leggere, ma che per me hanno rappresentato qualcosa.

10409047_353572958153939_7160718083096743147_nInizio da uno dei più grandi successi della ABC, andato in onda dal 2004 al 2012: “Desperate Housewives-I segreti di Wisteria Lane.” Tutto quello che immaginavo su questa serie era sostanzialmente sbagliato: non è una banale fiction pseudo femminista, non è una baggianata comico/demenziale. È una commedia nera ottimamente costruita e interpretata, con trame che si intrecciano a regola d’arte e vicende che non annoiano mai. Tutto si gioca sullo stereotipo della vita nei quartieri residenziali della provincia tipo americana, dove l’ipocrisia regna sovrana e c’è una parvenza di tranquillità che cela impensati segreti (anche sanguinosi). Protagoniste indiscusse delle storie di Wisteria Lane, quartiere fittizio della immaginaria città di Fairview, sono quattro amiche, Susan, Lynette, Bree e Gabrielle. Tutto ha inizio dal suicidio di Mary Alice, cara amica delle quattro, che in un certo senso risveglia il torpore della quotidianità e rianima le vite delle protagoniste. Se nella prima serie tutto ruota attorno al misterioso suicidio che ha sconvolto Fairview, le serie successive non sono certo meno coinvolgenti. Tra sparizioni, omicidi involontari e premeditati, personaggi ambigui, vicini sospetti, amori imprevisti e i problemi quotidiani non indifferenti, le quattro amiche avranno ben pochi momenti di vera tranquillità per godersi il poker del dopocena e i loro ormai famosi cocktail.

Da dieci e lode le interpretazioni delle protagoniste. Volete una vera lezione di recitazione? Guardate le prove attoriali di Teri Hatcher, Felicity Huffman, Marcia Cross ed Eva Longoria. Sono semplicemente perfette e perfettamente in sintonia l’una con l’altra. Un altro elemento che ho adorato di questa serie, che definirei la ciliegina sulla torta, è la sigla: composta da Danny Elfmann e che ironizza sull’arte antica e moderna in chiave “rapporto uomo/donna”. Geniale.

Chiudo questo post con due sitcom. È vero, non si tratta propriamente di fiction, ma meritano lo stesso perché hanno entrambe rivoluzionato il senso di “serie comica”. Mi riferisco a “How I Met Your Mother?” e a “The Big Bang Theory”.


HOW I MET YOUR MOTHERHIMYM è stata creata da Craig Thomas e Carter Bays e la prima puntata è andata in onda nel 2005, mentre l’ultima quest’anno. A grandi linee, le vicende raccontate vedono come protagonisti cinque amici, Ted, Lily, Marshall, Barney e Robin. Ognuno di loro ha le sue ben determinate caratteristiche e il suo modo di approcciarsi alla vita. Ted è il tipico ragazzo di indole gentile e bonaria, studioso e timido, ma soprattutto inguaribile sognatore. Lily e Marshall, che stanno insieme dal college, sono i più cari amici di Ted e cercano a loro modo di consigliarlo nei momenti di insicurezza (cioè sempre). Marshall è infantile e mammone, ma dal cuore d’oro. Lily è dolce, buffa e decisionista. Barney è invece il dongiovanni del gruppo: dopo una vita da sfigato, si è trasformato in un conquistatore. Vanta una lista infinita di flirt e scappatelle, fatto del quale si compiace sempre. Robin è il primo vero amore di Ted, una bellissima giornalista canadese un po’ maschiaccio e a momenti simpaticamente goffa. A raccontare le storie di tutti loro è un Ted ormai adulto, che risponde alle domande dei suoi due figli adolescenti. La conclusione del racconto dovrà portare alla risposta per la domanda che da il nome alla serie.  

Le vicissitudini del gruppo sono tutte strettamente connesse, anche quando non sembra. E’ preferibile quindi seguire la serie dall’inizio alla fine, così da non perdere neanche un elemento dell’intricato puzzle. Quello che più ho amato di HIMYM è l’esilarante comicità, e la sceneggiatura brillante come poche. Più che una serie tv è un fenomeno culturale della nostra epoca, la storia delle generazioni del 2000 raccontata in chiave ironica.


big_bang_6.2“The Big Bang Theory” è ancora diversa. Protagonisti della sitcom sono sempre un gruppo di cinque amici, i quattro “nerd” genialoidi Sheldon, Leonard, Raji e Howard e la bionda cameriera della “Fabbrica del Cheesecake” Penny. A rendere esilarante questa serie sono soprattutto i dialoghi al vetriolo tra Sheldon, un fisico teorico quasi “inumano” per il suo modo di intendere (anzi di “non intendere”) i rapporti interpersonali e gli altri protagonisti. Nonostante questo, Sheldon non oscura la comicità degli altri personaggi e l’equilibrio risulta ben bilanciato. 

Personalmente, trovo brillante la sceneggiatura di The Big Bang Theory, perché frutto di infiniti studi su tutti i fronti: universo scientifico, letterario, fumettistico e cinematografico. E più degli altri, amo profondamente Sheldon e la sua misantropia. In effetti, lui non è un personaggio comico con intenzione, è semplicemente sé stesso senza censure. Non si vergogna di come è, di quello che pensa (anche se impopolare o addirittura infantile) e del suo modo d’agire. E’ una geniale beffa dello stereotipo dello scienziato che vive nel suo mondo, che non ha pulsioni verso gli altri individui, che pensa solo ed esclusivamente alla ricerca. Tutta la serie si basa, in sostanza, su stereotipi che in quanto tali vale la pena prendere in giro.  

Questo è davvero tutto. Ovviamente, il mio mondo delle fiction non è così ridotto ma ho cercato, comunque, di restituire un quadro il più possibile completo scegliendo quelle che considero, per ben determinate ragioni, le migliori espressioni della moderna cultura televisiva seriale, italiana e non.

La vera speranza è soprattutto che questi consigli possano servirvi in una scelta che è decisamente difficile al giorno d’oggi, con tutte le decine e decine di opzioni che abbiamo a disposizione.

Quindi, non posso che augurare buona visione a tutti voi, qualunque sia la serie nella quale deciderete di addentrarvi!

  

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